In questo articolo:
Moda: partiamo dai dati 
Tra crisi e consapevolezza 
Le reazioni 

 

L’industria della moda è nota per la creazione di tendenze. 

In questo articolo però non parleremo dell’azzurro che non è turchese, non è lapis, ma è effettivamente ceruleo. Parleremo di una tendenza che sta prendendo sempre più piede e che è destinata a consolidarsi sempre di più.

Di cosa si tratta?
Moda sostenibile.

Sembra un ossimoro (e quasi sempre lo è), ma il vento del cambiamento soffia anche e soprattutto tra gli artisti e i designer. Ecco perché in tanti stanno scommettendo sul futuro green del settore tessile. 

Partiamo dai dati.

Il valore globale della fashion industry vale 3000 miliardi di dollari (3 trilioni).

Un settore di dimensioni colossali dunque, ma al di là del fatturato sta generando numeri rilevanti anche dal punto di vista ambientale.

L’industria della moda infatti è responsabile del 20% dell’inquinamento delle acque in tutto il mondo, di 92 milioni di tonnellate di rifiuti solidi scaricati in discarica a livello globale ogni anno e, se continua sulla sua strada attuale, produrrà il 26% dell’impronta di carbonio nel mondo entro il 2050.

Il contesto

Il 2020 è stato (e continua ad essere) profondamente segnato dalla pandemia e da ciò che ne è derivato. Non si tratta solo di un virus che ha impattato sulla salute dell’uomo, bensì di una crisi sanitaria che è sfociata in una crisi economica portando alla luce problematiche gravi legate alla crisi ambientale. Non solo: ci ha resi consapevoli del fatto che le azioni compiute a livello individuale hanno grosse conseguenze a livello sociale. 

E la moda?

“Le industrie della moda e del lusso insieme sono le più influenzate negativamente di tutti i beni di consumo”, afferma Sarah Willersdorf, partner di BCG e responsabile globale del lusso.“Stiamo osservando un calo delle vendite dal 30% al 40% a livello globale.”

Questo contesto di crisi e consapevolezza è fondamentale per comprendere il perché delle evoluzioni in atto anche nel settore tessile.

Voci individuali e voci collettive

Da subito è intervenuto Giorgio Armani dichiarando che il lusso “non può e non deve essere veloce perché ha bisogno di tempo per essere raggiunto e apprezzato”. 

Si tratta dunque di un momento di stallo sì, ma un momento ideale anche per ridare valore all’autenticità, per riallinearsi e ripartire.

Su questa scia si sono mossi altri suoi colleghi e concorrenti. Non si tratta però solo di alta moda, bensì di moda a 360°.

Un gruppo di aziende del settore, retailers e addetti ai lavori hanno firmato una lettera aperta al mondo della moda, sottolineando l’importanza della sostenibilità e la necessità di ripensare la stagionalità per riallineare le tempistiche retail ai bisogni dei consumatori.

La Sustainable Apparel Coalition (SAC) in collaborazione con la società di consulenza BCG e la società tecnologica Higg Co ha pubblicato Weaving a Better Future: ricostruire un settore della moda più sostenibile dopo COVID -19, un report che evidenzia come la sostenibilità nella moda sia a rischio in un mondo post-crisi e delinea un quadro per una ricostruzione graduale che eleva il ruolo degli impegni sociali e ambientali all’interno di strategie di resilienza delle imprese lungimiranti.

Dalla nascita di partnership alla creazione di una cultura sostenibile.

Il 20 maggio 2020, dalla partnership tra Condè Nast, Centre for Sustainable Fashion, London College of Fashion e UAL è stato pubblicato il Glossario della Moda Sostenibile: la prima risorsa globale sulla moda sostenibile e il ruolo dell’industria nell’emergenza climatica.

Non solo parole

Mentre molte aziende devono iniziare ad adeguare il loro business, altre hanno già iniziato.

Si tratta in primis di piccole realtà che da anni lavorano facendo della sostenibilità il loro tratto distintivo, nonché punto di forza, ma si tratta anche di brand di fama mondiale che, consapevoli del loro impatto ambientale, avevano già iniziato a investire in questa direzione.

Citare Patagonia sarebbe forse troppo scontato ed è giusto ricordare che altri brand riescono a fare la differenza con strategie zero waste, materiali sostenibili o tessuti innovativi. È il caso di Sans Faff a Singapore che con tessuti in bambù sostiene lo slow fashion. Abbiamo il caso italiano di Opera Campi che ha introdotto il primo brevetto di canapa elastica al mondo o Tommy Hilfiger che ha creato calzature utilizzando la fibra di buccia di mela riciclata.

Kate Heiny, Director Sustainability di Zalando, spiega che 9 consumatori su 10 della generazione Z credono che le aziende abbiano la responsabilità di affrontare le questioni ambientali e sociali. Ecco perché impegnarsi per la sostenibilità, significa garantire una crescita a lungo termine e rimanere attenti ai clienti.

È dunque chiaro che attuare una Sustainable transformation, incorporando incessantemente le pratiche di sostenibilità al proprio modello di business, sarà un fattore critico non solo di sopravvivenza, ma anche di guadagno di vantaggio competitivo.

 


RECAP:

L’industria della moda è responsabile del 20% dell’inquinamento delle acque in tutto il mondo.

 Crisi da covid-19: per la moda è un momento di stallo sì, ma un momento ideale anche per ridare valore all’autenticità, per riallinearsi e ripartire.

 Gli operatori della moda si uniscono: dalle partnership alla creazione di una nuova cultura volta a mettere al centro la sostenibilità. Attuare una Sustainable transformation, incorporando incessantemente le pratiche di sostenibilità al proprio modello di business, sarà un fattore critico non solo di sopravvivenza, ma anche di guadagno di vantaggio competitivo.

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