Quali sono le documentazioni che un’azienda deve redigere per comunicare il suo impegno socio-ambientale?
Quali possono essere i costi e i benefici di una governance che mette al centro anche la sostenibilità?
Lo scopriamo con Matteo Gusberti, Praticante Commercialista presso ODCEC di Cremona

Come cambia la rendicontazione se un’azienda vuole impegnarsi dal punto di vista sostenibile?

L’informativa aziendale fino a poco tempo fa era prettamente di carattere economico, finanziario e patrimoniale.
Con l’evolversi della nostra cultura e il rafforzarsi all’interno della collettività del desiderio di una produzione sostenibile, le aziende si sono trovare a dover (o voler) comunicare non soltanto quanto sono solide da un punto di vista economico, ma anche quanto sono “green” e quali sono le policy che applicano per una serie di argomenti che spaziano dalla qualità del lavoro a quella del prodotto/servizio.
Questo tipo di comunicazione ha richiesto uno stravolgimento delle abitudini societarie intese come comunicazione e rendicontazione delle informazioni.

In sintesi, le opzioni sono due:

  1. Informare il mercato sulle azioni, presenti e future, attuate in un’ottica sostenibile
  2. Agire in modo sostenibile senza darne comunicazione al mercato.

Nel secondo caso non ci si pone il problema della rendicontazione.

Nel primo caso invece sì e bisogna capire a seconda dei casi come è possibile documentare queste informazioni e quali sono le azioni che si devono prediligere.

Personalmente trovo utile partire da un’altra prospettiva: per cosa voglio combattere? Cosa deve assolutamente cambiare? La risposta potrebbe essere l’impatto ambientale, l’utilizzo della plastica, le disuguaglianze tra le diverse categorie di lavoratori. Si tratta chiaramente di ambiti differenti. Ecco quindi che in base alla risposta capiamo se orientarci verso un bilancio prettamente ambientale, piuttosto che di genere e così via.

Scendiamo ancora più nel dettaglio: che cos’è la Disclosure non Financial?

Premessa: un’azienda può decidere di sviluppare Disclosure di diverso tipo: finanziarie, non finanziarie ed integrate. Le DNF, in particolare, si possono riassumere in documenti che danno una comunicazione di carattere prettamente non finanziario emesse da un’aziendaIl loro scopo primario è quello di evidenziare, in modo dettagliato, il comportamento che la società tiene verso uno specifico ambito.

Per supportare le aziende nella produzione di tali documenti e per garantire un determinato livello qualitativo degli stessi, esistono diversi istituti (spesso anche enti certificatori) che si occupano di promuovere specifici standard di rendicontazione o semplicemente delle linee guida per argomenti sempre più mirati. Per fare un esempio GRI promuove linee guida su una vasta gamma di argomenti ritenuti socialmente importanti e inquadrabili in 4 serie: standard universali, economici, ambientali e sociali.

La produzione di tutti questi documenti però ha un impatto oneroso sull’azienda. Si tratta infatti di documenti estremamente dettagliati e l’azienda, per riuscire a produrre tutte le DFN che la riguardano, si trova a dover impiegare un ingente quantità di risorse, interne ed esterne, per raccogliere tutte le informazioni da inserire in tali documenti.

Nell’ultimo decennio però è nato il bilancio integrato: un documento sintetico che ha lo scopo di informare tutti gli stakeholder riguardo le differenti forme di capitale che caratterizzano l’azienda.

Una società potrebbe dunque decidere di predisporre un bilancio integrato per divulgare quali siano, in maniera sintetica, le forme di capitale che ha all’interno della sua organizzazione e quali sono i processi che attua per creare valore e, se ha le risorse, può altresì decidere di sviluppare un bilancio specifico (ad esempio ambientale) in cui spiega esattamente come si comporta e come crea valore nel segmento di sostenibilità che ritiene più importante.

 

Si sente spesso parlare di società benefit e B CORP certificata, vi è una differenza?

Spesso si considerano i termini “società benefit” e “B CORP” come sinonimi, perché solitamente una società B corp è anche una società benefit.

La prima precisazione che mi sembra corretto fare è che quando si parla di B CORP non si parla realmente di Benefit Corporation ma di Benefit Corporation Ceritifcate.

Mi spiego meglio: la società benefit è uno status giuridico che caratterizza società che hanno alla base del loro oggetto sociale anche la creazione di profitto. Una volta trasformate in società benefit, l’obbiettivo di creare profitto rimarrà uno dei capisaldi della società, ma ad esso verrà associato un altro obbiettivo primario: quello di creare un valore condiviso durevole nel tempo.
La particolarità che caratterizza le SB è quindi l’equivalenza dei due obbiettivi sociali, nel senso che non esiste un obbiettivo prioritario ed uno secondario, ma due obbiettivi coesistenti che devono essere adempiuti dai manager in base a quanto previsto dalla normativa riguardante le SB e dallo statuto sociale della singola società.

Invece, quando si parla di B CORP si parla in realtà di B CORP Certificate, ovvero di società benefit certificate da un ente indipendente denominato B.LAB.

Mi rendo conto che la differenza possa sembrare inesistente tuttavia c’è.

Le Società definite B.CORPc sono società che non rispettano solamente l’ordinamento delle SB, ma anche le direttive dell’organismo B.LAB.

Per approfondire le differenze clicca qui

 

Essere un’azienda sostenibile implica sostenere più costi?

Quando un’azienda intraprende un processo che la porterà ad essere più sostenibile, ovviamente dovrà sostenere dei costi. I costi di cui stiamo parlando sono diversi e di diversa natura e durante il processo di trasformazione della società possono diventare decisamente elevati (come dicevamo prima, già il tipo di rendicontazione impatta in tal senso).

A livello economico, tuttavia, fare un analisi dei costi fini a sé stessi non genera, a mio parere, un valore probatorio importante a livello decisionale. Anzi, una mera analisi dei costi non ritengo sia fruttuosa.

Quando si fa un’analisi dei costi si dovrebbe fare anche un’analisi dei benefici.

L’analisi dei benefici ovviamente non riguarda soltanto un discorso di profitto. Non si tratta infatti solo di un possibile aumento di entrate dovuto alla fidelizzazione di segmento del mercato, ma anche al miglioramento dell’ambiente interno che genera una difesa maggiore del know how aziendale rispetto ai cacciatori di teste (un dipendente che si trova bene sarà meno incentivato a cambiare società portandosi via le proprie conoscenze) e ai vari sviluppi che questi due fattori possono nel lungo periodo originare.

E’ innegabile: avere una società sostenibile genera dei costi monetari, per la società stessa, maggiori rispetto a quelli che si genererebbero con una società non sostenibile.
Tuttavia ritengo che i benefici che la società potrebbe ricevere, nel lungo periodo, siano ampiamente superiori ai costi. Inoltre se l’attenzione verso una sicurezza ambientale maggiore si tradurrà nel far pagare alle aziende i danni da esse provocati (pensiamo banalmente alla plastic tax), allora anche solo l’analisi dei costi dovrebbe portare verso un’economia sostenibile.

 

Un consiglio a tutte quelle aziende che stanno valutando se intraprendere o meno un percorso di sostenibilità…

Il consiglio che mi sento di dare è di non pensare a questa scelta come una scelta accessoria, ma di riflettere bene perchè si tratta di qualcosa di decisivo per il futuro aziendale.
Concordo con chi dice che per vincere sia necessario lavorare nell’ottica di diventare i migliori al mondo, ma anche e soprattutto i migliori per il mondo.
Questo significa che una società dovrebbe decidere di diventare responsabile da un punto di vista ambientale e sociale per diversi motivi. Innanzitutto perchè stiamo parlando di ambiente esterno (impatto ambientale) ma anche ambiente interno (clima aziendale). In secondo luogo si rafforza l’opinione positiva che il mercato ha dell’azienda.
Dobbiamo poi ricordarci che l’azienda non è un ente a sé stante, fissa e immutevole. L’azienda è inserita in un ecosistema con la quale interagisce costantemente e deve dunque tener conto del cambiamento ambientale, culturale, della concorrenza e così via. Pensiamo a Nokia: prima era una segheria, ha capito che il mercato aveva bisogno di altro e si è trasformata in un’azienda di telefonia riuscendo diventare leader del settore e a mantenere quella posizione per decenni. Dopodiché il contesto è mutato, ma Nokia non si è adeguata, non è riuscita a stare al passo coi tempi e ora in mano abbiamo per lo più iPhone o Samsung. Il discorso qui è analogo: prima le aziende pensavano al profitto, poi qualcuno ha iniziato a dare peso ad aspetti sociali e ambientali e ora se non ti adegui a queste nuove priorità rischi di soccombere. In sintesi? Bisogna attuare le trasformazioni necessarie alla sopravvivenza aziendale e, come avrete ormai intuito, queste trasformazioni riguardano la responsabilità sociale d’impresa.

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