La pandemia del Covid-19 è un’opportunità o una minaccia per le politiche di sostenibilità aziendale?

La parola a chi ha fatto della sostenibilità una best practice per le aziende.

Ex Presidente e AD di Unes/U2 Supermercati, attualmente Chief Strategy Officier di Everton nonché membro del CdA di Cortilia.
È l’uomo del controcorrente vincente: Mario Gasbarrino. 

 

 

Che cosa significa per te la parola “sostenibilità”?

La sostenibilità è qualcosa che mi ha accompagnato negli ultimi 15-20 anni, probabilmente da quando è nato il progetto U2. Questo progetto si basava su 3 grandi pilastri che avevano come fattore comune il concetto del risparmio: il risparmio di tempo, il risparmio dei soldi e il risparmio dell’ambiente.
Allora il focus era sulla convenienza, dal punto di vista della sostenibilità c’era una domanda latente, mentre oggi è diverso. Oggi la sostenibilità è un elemento determinante, è qualcosa con la quale qualsiasi azienda, che sia di produzione o distribuzione, deve fare i conti se vuole rimanere sul mercato.

 


 

Dopo aver segnato la svolta in Unes/U2 Supermercati con Green Oasis e altre iniziative degne di nota, sei entrato nel CDA di Cortilia: possiamo dire che la sostenibilità è una variabile importante nelle tue scelte di business? E se sì, perchè? 

Sì, è un qualcosa che è cresciuto progressivamente nel corso di questi anni e che ha caratterizzato una parte importante del mio pensiero e delle mie scelte.
In U2 ad esempio, essendo a metà tra chi produceva e chi consumava, il nostro ruolo era da un lato di pressione verso l’industria, affinché eliminasse tutti gli overpackaging e confezionasse prodotti in modo più sostenibile; dall’altro di education del cliente, che andava educato a fare acquisti consapevoli e sostenibili.
Tra i progetti più importanti c’è la diminuzione dell’utilizzo di plastica attorno all’acqua minerale, ma la scelta stessa dell’everyday low price (EDLP) ha portato all’eliminazione del volantino.
Così facendo noi in 12 anni abbiamo risparmiato un numero di volantini con cui avremmo potuto coprire 4800 stadi San Siro, giusto per darvi un’idea.
E se tutto il sistema distributivo italiano avesse fatto come noi, eliminando il fardello di plastica attorno alle 6 bottiglie di acqua minerale sostituendolo con le reggette, si sarebbero risparmiati un numero di camion di plastica che messi uno dietro all’altro, vado a memoria, costituivano una fila lunga quasi 4000 km in un anno. Questo giusto per farti capire l’impatto enorme dal punto di vista della sostenibilità.
Ci sono altre battaglie poi. Col discorso di Green Oasis per esempio abbiamo toccato il problema dei detersivi concentrati, che portano al risparmio del 50% di plastica a parità di lavaggi (perchè banalmente l’acqua la aggiungi a casa). Lì è un problema di cultura del cliente, ma c’è da dire che c’è una certa reticenza da parte dell’industria produttrice a spostarsi sul concentrato perchè non dà la sensazione di vendere tanto. Mi spiego meglio: un flacone da 1 litro e mezzo di detersivo può fare dai 12 ai 42 lavaggi. Mediamente le industrie di marca stanno sui 18-19 lavaggi. Un concentrato tipo Green Oasis ne fa 42. Capisci? Significa dimezzare i volumi, la plastica dei contenitori, spazio, viaggi… Poi vai a casa e aggiungi l’acqua con il tappo che tra l’altro è un tappo dosatore, quindi non ti puoi sbagliare.
Insomma, sono tante le cose che un distributore può fare.

 


 

Un consiglio agli imprenditori che devono ancora iniziare a muovere i primi passi verso la sostenibilità…

È importante non dimenticare che ci sono interventi di sostenibilità a costo zero. Facevo l’esempio prima dei detersivi concentrati o degli imballaggi in meno nelle casse d’acqua. Quindi alcune cose si fanno senza troppi costi. È chiaro che diventa più difficile se devi fare investimenti grossi, lavorare a progetti che hanno costi importanti. Poi se uno deve progettare da zero lo fa già in ottica sostenibile, lo do per scontato. Come dicevo inizialmente tutti dobbiamo fare i conti con la sostenibilità prima o poi se vogliamo rimanere sul mercato.

 


 

Stiamo attraversando una triplice crisi: sanitaria, economica e ambientale. Credi sia il caso di attuare una strategia univoca per superare questi problemi? 

Sicuramente le tre cose potrebbero intersecarsi. Il problema vero è che attualmente siamo in un momento in cui la pandemia sta cambiando tutte le carte in tavola. Siamo nel pieno di un’emergenza sanitaria epocale per cui probabilmente in questo momento tutta una serie di best practice sono messe un pò da parte.
In un mondo ideale la sostenibilità poteva essere un driver di reindustrializzazione, riprogettazione, sviluppo. Lo stato di quarantena dovuto al Covid-19 viene spesso paragonato a momenti di guerra, ma dal punto di vista economico ci sono delle differenze importanti. Non essendoci stata una guerra non c’è niente di distrutto quindi non c’è niente da ricostruire. Siamo in pace, non si è distrutto niente, quindi è difficile pensare a una rivoluzione sostenibile perchè per distruggere qualcosa e rifarla in termini ecologici ci vuole del coraggio. È vero però che siamo in un momento di transizione e la sostenibilità va vista anche come un’opportunità.
Questo perchè c’è una sensibilità nuova, perchè sono cambiati i valori.
Ci stiamo rendendo conto che non possiamo riempire il mondo di plastica o inquinare in un modo o nell’altro. E ricordiamoci che la sostenibilità non è solo ambientale, ma è anche sociale: non possiamo vivere delle diversità troppo forti tra ricchi e poveri o tra Paesi sviluppati e Paesi non sviluppati, è chiaramente un discorso complicato, però affiorano dei concetti di tipo etico.
Quello che temo è che questa emergenza pandemica per un pò ci distrarrà dal guardare tutti questi aspetti e, dovendo scegliere come e dove investire per ripartire, probabilmente saremo costretti a cercare ritorni nel breve periodo, a discapito di quelli sostenibili, tipicamente più di medio-lungo termine.

 


 

Che tipo di impatto avrà questa crisi sulla società?

Secondo me questa crisi accelera certi processi di modernizzazione, di digitalizzazione o di utilizzo di strumenti che esistevano, che conoscevamo, ma che non utilizzavamo.
Parliamo di smart working, di call conference, di e-commerce o home banking. Questi fenomeni sono accelerati quindi, anche nella sua drammaticità, questa crisi ci consegnerà un mondo diverso da prima dove probabilmente utilizzeremo meglio determinati strumenti che avevamo a disposizione, ma che non utilizzavamo.
Magari faremo qualche riflessione critica su come abbiamo affrontato e portato avanti il concetto della globalizzazione, senza guardare se avevamo o meno una ruota di scorta. Abbiamo per esempio smantellato delle filiere produttive come quelle delle mascherine, poi ci siamo resi conto che quando servono le mascherine non abbiamo neanche una fabbrica, giusto per rendere l’idea.
Quindi probabilmente ricostruiremo qualcosa, cercheremo di correggere un pò questi difetti.
Da questo punto di vista questa crisi è un’acceleratore di modernizzazione e miglioramento del Paese.
Attenzione però perchè non va dimenticata l’oggettiva difficoltà di molte imprese che sono rimaste ferme per tanto. Mi interrogo dunque sul discorso della sostenibilità perchè non vorrei che venisse messo da parte qualche progetto per un problema di compatibilità economica, cioè “se i soldi li dobbiamo mettere li mettiamo in quello che ci rende di più e subito”. Poi chiaro che se dovremo ricostruire qualcosa lo faremo in maniera sostenibile, il problema è quello che non devi ricostruire, che in un periodo di crisi come questo non lo vai a cambiare.
Quindi spero di sbagliare, ma temo che questa situazione produrrà un ritardo, un rallentamento importante, in quel processo che era stato avviato (e anche faticosamente)…


1 commento

Daniele · Aprile 11, 2020 alle 10:05 pm

Intervista interessante e come sempre non banale quando parla un manager abituato ad andare contro corrente

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